Trama: Beirut, oggi. In un istituto di bellezza, microcosmo colorato e pieno di sensualita', donne di diverse generazioni, parlano di loro stesse, si scambiano confidenze e si raccontano tra colpi di spazzola e il profumo di caramello. Parlano di sesso e di maternita', con la liberta' e l'intimita' propria delle donne.
Un film dignitoso, “Caramel”, che, pur non innalzandosi mai a vette di memorabile artisticità, non scade neppure in melensaggini retoriche: insomma, si mantiene ad un livello di meritevole regolarità. Il fatto principale di questa pellicola consiste nella spinta principe alla sua realizzazione, quella giusta tensione da parte delle donne libanesi verso un riscatto sociale. Nonostante ciò, la regista è riuscita a non rendere l’atmosfera del film pesante od opprimente: questa condizione di disuguaglianza sociale è una realtà che esiste, inevitabilmente, dentro la quale però ci sono anche i segni, le premesse, per un cambiamento. Proprio questo sguardo rivolto al futuro ha permesso invece di costruire un lavoro equilibrato e leggero.
La storia è incentrata su un periodo della vita di cinque donne, ognuna con i propri problemi, completamente diversi da quelli delle altre: il caramello del titolo rappresenta dunque il centro di bellezza, che è il centro della storia, a sua volta emblema di una nascente emancipazione femminile che ben è incarnata dai vari personaggi femminili.
Il tratto che dunque caratterizza questo film è proprio l’equilibrio che, senza stupire mai troppo, forse altro non indica che il desiderio di normalità e mite quotidianità per una realtà che è stata (ed è tornata ad essere) fin troppo affannosa.