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IO, DON GIOVANNI (COP,2009)

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IO, DON GIOVANNI
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Regia: Carlos Saura
Genere: DRAMMATICO
Durata: 120
Cast: Lorenzo Balducci, Ennio Fantastichini, María Valverde, Tobias Moretti, Francesco Barilli, Sylvia De Fanti, Roberto Accornero, Michail Krasnoborov Redwood, Elena Cucci, Emilia Verginelli
Tipo: Film per tutti
Trama: La vita di Lorenzo da Ponte, l'uomo che non rinunciò al suo animo libertino e alla sua amicizia con Giacomo Casanova nonostante fosse stato ordinato sacerdote. Esiliato da Venezia per 15 anni dalla Santa Inquisizione con l'accusa di appartenere alla Massoneria, da Ponte si rifugiò a Vienna dove, grazie a una lettera di presentazione di Casanova, conobbe Antonio Salieri e poi Mozart. Scrisse il libretto delle 'Nozze di Figaro', che si rivela un grande successo, e ritrovò la giovane Annetta, di cui si era innamorato a Venezia. Dopo un nuovo incontro con Casanova propose a Mozart di scrivere una nuova versione del 'Don Giovanni' e man mano che scriveva il testo si immedesimò sempre più nel personaggio. La sua passione per Annetta lo spinse a lasciare la sua vita dissoluta e a dedicarsi solo a lei. La prima di 'Don Giovanni', alla presenza dell'Imperatore Giuseppe II, otterrà enorme successo.

LE RECENSIONI


La recensione di mariangela imbrenda Voto del Redattore: 3

“Si poteva credere che si trattasse di rappresentare semplicemente un libretto d'opera …”.

"Non iscrivendo io le memorie d'un uomo illustre per nascita per talenti ,per grado,in cui le minime cose giudicare si sogliono importantissime per la importanza del soggetto di cui si scrive ,parlerò poco de' miei parenti,della mia patria,de' miei primi anni,come di cose affatto frivole per se stesse o di pochissimo rilievo pe' leggitori .Parlerò di cose se non del tutto grandi per lor natura e capaci da interessare ogni paese ed ogni lettore ,pur tanto singolari per la loro bizzarria ,da poterlo in qualche modo instruire o almeno intrattener senza noia".
Se tale dichiarazione programmatica non fosse già stata posta da Lorenzo da Ponte ad incipit del suo libro di memorie,si potrebbe ritenere concepita,appositamente, per coadiuvare la “lettura” dell'ultimo film di Carlos Saura:“Io,Don Giovanni”,presentato fuori concorso alla IV edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.
Concedendomi la premessa di una polemica in merito alle informazioni inesatte sulla programmazione del film nella Capitale rinvenute su un noto settimanale di spettacolo che garantiva la proiezione in due sale cinematografiche fino al giorno 5 novembre( il Fatum mi ha consentito la visione il giorno successivo presso il Fiamma!),la mia analisi sarà scevra da ogni riduttivo confronto messo in campo dai critici “addetti ai lavori”con gli illustri predecessori sul grande schermo della tematica dongiovannesca tra cui,per citarne alcuni,“Don Giovanni “(film-opera di Joseph Losey,1979) e “Amadeus”( Miloš Forman,1984).All'appello,in verità,si sarebbero potuti convocare :”Don Giovanni e Lucrezia Borgia” di Alan Crosland (tentativo pionieristico di film sonoro nel 1926) e “Don Giovanni “ di Carmelo Bene girato nel suo appartamento in via Aventina a Roma.
La pellicola merita un esame che non vada in ex-stasis deviando per altri prevedibili lidi: la sua pregevole autonomia consta dell'equazione insita nel titolo giacché Lorenzo da Ponte, librettista del dramma giocoso in due atti musicato da Wolfgang Amadeus Mozart si identifica con il protagonista Don Giovanni ossia il dissoluto punito facendo assurgere, a posteriori, tale condizione ad unico sentiero intrapreso compiendo quel viaggio introspettivo che nel suo dinamizzarsi coincide tout court con la vita e,al tempo stesso, a genesi di un'opera immortale.
Per giungere al 1787(anno della composizione de “Il Don Giovanni”)si è scelto di partire dal 1763 all'epoca delle conversioni (forzate) dalla fede ebraica a quella cattolica nella città di Venezia, patria del protagonista che prende il nome di Lorenzo Da Ponte: la ripetizione in successione di inquadrature dedicate ad un lavacro e all'atto dell'abluzione sia battesimale che per uso quotidiano , detergendo il viso, è pregnante metafora della Bildung del giovane prete massone,poeta,precettore,libertino tanto da esser condannato dal tribunale dell'Inquisizione “scontando”l'esilio nella Vienna Imperiale .
Ha inizio la vera avventura della vita di un uomo e della storia della musica operistica:sulle note delle “Nozze di Figaro” volte ad informare il pubblico della già avvenuta collaborazione tra Mozart e Da Ponte,per quest'ultimo,stanislavskijanamente ed ejzenštejnianamente, vita ed arte si con-fondono fino al parto travagliato, su suggerimento del guru spirituale Giacomo Casanova, della nobilitante traduzione in versi e musica del mito incentrato sul blasfemo seduttore spagnolo, dopo quella deprecabile di Bertati-Gazzaniga.Non a caso, dunque è stata inserita due volte la stessa scena di apertura in cui, mentre scorrono i titoli di testa, un gondoliere tramortito pronuncia “Oh ,mio Dio!”dopo aver visto sul canale un 'imbarcazione che trasporta la statua inquietante del “Convitato di pietra”indispensabile alla rappresentazione dell'opera omonima .Nel film il grido ripetuto si completa mostrando in gondola Lorenzo Da Ponte e Giacomo Casanova che saluta la statua beffardamente accennando a cantar le parole”Don Giovanni” per ridere del fallimentare lavoro andato in scena .
Abbandonando il cromatismo felliniano impiegato nelle inquadrature “veneziane”(il nebbioso ingresso nel film richiama alla memoria in primis “Casanova”,1976)ogni sequenza ha la dolcezza dei cartoni animati dedicati a personaggi storici:l'hic delle sequenze coincide con stampe di settecenteschi paesaggi sconfinati in cui , mediante impercettibili dissolvenze, si palesano ridenti sentieri e carrozze semoventi e si anima nel nunc dell'atmosfera urbana spolverata spesso da neve, palesemente, artificiale.
Traslazione infinita come nelle sculture di Deredia da uno stato all'altro della materia, il moto lento,ma perpetuo, si sospende cristallizzandosi nuovamente in pose che anticipano la fissità dei quadri di Georges Seurat.
La dimensione fiabesca e giocosa di cui si ammanta la pellicola è evidenziata durante la narrazione della trama del futuro libretto “Don Giovanni”,con cui Da Ponte seduce Mozart inducendolo ad accettare l'incarico di comporne la partitura: via via che l'affabulazione trascende in accettazione,proprio come nelle tele del citato pittore postimpressionista, le immagini presentate di fronte ,di spalle o di profilo,sono private del loro volume sembrando figurine ritagliate da un giornalino per l'infanzia. L'effetto è volutamente ironico ,grottesco ,canzonatorio,ma l'aspetto aneddotico è salvo,cioè credibile e dignificato; parimenti la perfezione dell'opera “ Don Giovanni” rigorosa e -senza retorica-geniale.
I personaggi dell'opera sono introdotti dall'ambiguità di cantanti che provano la parte vestendosi dei ruoli loro affidati tra mille intolleranze e ipotesi di oltraggio e dei ricordi-vere e proprie proiezioni- di Da Ponte.Pertanto,ad esempio,Donna Anna ha le fattezze al tempo stesso della virtuosa Cavalieri amante di Salieri e di Annetta ,ragazza dal volto angelicato, amata dal librettista;Donna Elvira deriva dalla folle gelosia del soprano Adriana Ferrarese sempre presente nel talamo di Lorenzo ed infine Don Giovanni coincide con il volto e le segrete aspirazioni di puro godimento della vita professate dal padre letterario .
Il pregio del film consiste dunque nell'”intrattener senza noia “,nell'umiltà della configurazione schermica che, stilisticamente, richiama le teorie di Sua Maestà Ejzenštejn elaborate durante la fase teatrale virante al cinema: nelle scene di prova delle più belle arie de “Il Don Giovanni”(Atto I scena I;”Madamina ,il catalogo è questo”;”Là ci darem la mano”;Atto II,scena XVII) evitando di impiegare la tecnica del teatro filmato con macchina da presa fissa, si è ricorso al procedimento tecnico noto come “close up” volto alla focalizzazione di particolari espressivi ,procedendo a costruire “ritagli” dei gruppi o delle coppie cantanti e recitanti risolvendo la messinscena puramente in “messa in inquadratura” ridefinendo cinematograficamente dettagli e disegni avvicendatisi sulle assi del palcoscenico.
Il film inoltre non pone in polemica le figure del librettista e del compositore,ma ne traccia sommi ritratti celebrando il loro incontestabile professionismo (l'Imperatore si complimenta con entrambi dopo aver assistito all'opera) e addirittura rende omaggio alla figura bistrattata di Salieri che Da Ponte rispetta invitando l'eclettico Mozart ad altrettanta stima.Ennio Fantastichini nei panni del rivale del ribelle di Salisburgo interpreta un ruolo estraneo alla sua filmografia e si pone in equilibrio con l'esigenza di sottomissione al potere adottando una credibile chiave diplomatica,mai ridicola. Il musicista (Lino Guanciale)da cui è preso in giro venendo accusato di equiparare la composizione di un'opera alle operazioni per preparare un buon dolce (Il mal d'amore e le uova!),non accettando il consiglio di “infondere dolcezza nei travagli del pubblico”,appare troppo “italiano” e privo di genio nella sua follia.
Sullo sfondo le vicende legate alla morte del padre Leopold,ai fantasmi interiori e alla commissione della messa da requiem sono visibili alla giusta distanza,ma non rese vibranti per assenza di pathos.
Il Casanova di Tobias Moretti non regge il confronto con l'indimenticabile Donald Sutherland :non affascina ,non ammalia,ma si riduce a suggerire un tema d'opera e variazioni sul numero della conquiste in campo amoroso del seduttore raddoppiandole per tener alta la bandiera della virilità nazionale( da trecentoventi a “In Italia seicento e quaranta”).
Il protagonista interpretato dall'omonimo Balducci,se nelle scene concernenti la genesi dell'opera mantiene necessaria razionalità ,non si fa “uomo” nel privato rimanendo imprigionato nel personaggio: il suo viso perfetto,diafano come levigato da Canova pone una maschera tra sé e gli altri,i suoi occhi pur di ghiaccio non guizzano e il suo corpo inerte sembra dimenticato nell'inquadratura.
Tuttavia nel climax del film in cui il librettista sentenzia sul finale dell'opera “Sono io a riconoscermi in Don Giovanni”decidendo di condannare il suo alter ego alla dannazione eterna, l'attore mostra bene la sua stessa salvezza:Don Giovanni si assume le sue responsabilità per non essere ipocrita e il suo demiurgo letterario ha modo di assolversi cambiando radicalmente vita nella realtà.
Probabilmente per tale motivo le ultime inquadrature del film sono dedicate ad un bacio redentore tra Annetta e Lorenzo e alle didascalie sugli anni di vita di Mozart(35 ) e Da Ponte(89) come a suggerire con comicità un elisir di lunga vita nella moderazione.
Da Ponte si psicanalizza attraverso Don Giovanni e giunge all'autosalvazione:fa della poesia una cura spirituale e dei sensi :osserva le sue debolezze,si immerge nella sua interiorità,benché viva nel secolo dei Lumi e affronta le sue paure con il mondo e le donne, giungendo ad operare scelte corrette senza rimandare o delegare. Vince la sfida della vita attraverso la forza della sua arte.
Infine essendo stato nuovamente il fenomeno del “dongiovannismo”esplorato da un diverso punto di vista ça va sans dire si potrebbe ipotizzare una nuova pellicola consacrata unicamente a Donna Elvira (sminuita nel film perchè privata della celebre aria “Ah! chi mi dice mai”)e a tutte le donne del “catalogo” per rovesciare il topos dell'eterno seduttore e far trionfare contro l'antico “burlador de Sevilla” del sano femminismo.Il genere indubbiamente non sarebbe il dramma giocoso,bensì la tragedia .
Ma di questo voglio tacere.
Mariangela Imbrenda

La recensione di mariangela imbrenda Voto del Redattore: 3

“Si poteva credere che si trattasse di rappresentare semplicemente un libretto d'opera …”.

"Non iscrivendo io le memorie d'un uomo illustre per nascita per talenti ,per grado,in cui le minime cose giudicare si sogliono importantissime per la importanza del soggetto di cui si scrive ,parlerò poco de' miei parenti,della mia patria,de' miei primi anni,come di cose affatto frivole per se stesse o di pochissimo rilievo pe' leggitori .Parlerò di cose se non del tutto grandi per lor natura e capaci da interessare ogni paese ed ogni lettore ,pur tanto singolari per la loro bizzarria ,da poterlo in qualche modo instruire o almeno intrattener senza noia".
Se tale dichiarazione programmatica non fosse già stata posta da Lorenzo da Ponte ad incipit del suo libro di memorie,si potrebbe ritenere concepita,appositamente, per coadiuvare la “lettura” dell'ultimo film di Carlos Saura:“Io,Don Giovanni”,presentato fuori concorso alla IV edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.
Concedendomi la premessa di una polemica in merito alle informazioni inesatte sulla programmazione del film nella Capitale rinvenute su un noto settimanale di spettacolo che garantiva la proiezione in due sale cinematografiche fino al giorno 5 novembre( il Fatum mi ha consentito la visione il giorno successivo presso il Fiamma!),la mia analisi sarà scevra da ogni riduttivo confronto messo in campo dai critici “addetti ai lavori”con gli illustri predecessori sul grande schermo della tematica dongiovannesca tra cui,per citarne alcuni,“Don Giovanni “(film-opera di Joseph Losey,1979) e “Amadeus”( Miloš Forman,1984).All'appello,in verità,si sarebbero potuti convocare :”Don Giovanni e Lucrezia Borgia” di Alan Crosland (tentativo pionieristico di film sonoro nel 1926) e “Don Giovanni “ di Carmelo Bene girato nel suo appartamento in via Aventina a Roma.
La pellicola merita un esame che non vada in ex-stasis deviando per altri prevedibili lidi: la sua pregevole autonomia consta dell'equazione insita nel titolo giacché Lorenzo da Ponte, librettista del dramma giocoso in due atti musicato da Wolfgang Amadeus Mozart si identifica con il protagonista Don Giovanni ossia il dissoluto punito facendo assurgere, a posteriori, tale condizione ad unico sentiero intrapreso compiendo quel viaggio introspettivo che nel suo dinamizzarsi coincide tout court con la vita e,al tempo stesso, a genesi di un'opera immortale.
Per giungere al 1787(anno della composizione de “Il Don Giovanni”)si è scelto di partire dal 1763 all'epoca delle conversioni (forzate) dalla fede ebraica a quella cattolica nella città di Venezia, patria del protagonista che prende il nome di Lorenzo Da Ponte: la ripetizione in successione di inquadrature dedicate ad un lavacro e all'atto dell'abluzione sia battesimale che per uso quotidiano , detergendo il viso, è pregnante metafora della Bildung del giovane prete massone,poeta,precettore,libertino tanto da esser condannato dal tribunale dell'Inquisizione “scontando”l'esilio nella Vienna Imperiale .
Ha inizio la vera avventura della vita di un uomo e della storia della musica operistica:sulle note delle “Nozze di Figaro” volte ad informare il pubblico della già avvenuta collaborazione tra Mozart e Da Ponte,per quest'ultimo,stanislavskijanamente ed ejzenštejnianamente, vita ed arte si con-fondono fino al parto travagliato, su suggerimento del guru spirituale Giacomo Casanova, della nobilitante traduzione in versi e musica del mito incentrato sul blasfemo seduttore spagnolo, dopo quella deprecabile di Bertati-Gazzaniga.Non a caso, dunque è stata inserita due volte la stessa scena di apertura in cui, mentre scorrono i titoli di testa, un gondoliere tramortito pronuncia “Oh ,mio Dio!”dopo aver visto sul canale un 'imbarcazione che trasporta la statua inquietante del “Convitato di pietra”indispensabile alla rappresentazione dell'opera omonima .Nel film il grido ripetuto si completa mostrando in gondola Lorenzo Da Ponte e Giacomo Casanova che saluta la statua beffardamente accennando a cantar le parole”Don Giovanni” per ridere del fallimentare lavoro andato in scena .
Abbandonando il cromatismo felliniano impiegato nelle inquadrature “veneziane”(il nebbioso ingresso nel film richiama alla memoria in primis “Casanova”,1976)ogni sequenza ha la dolcezza dei cartoni animati dedicati a personaggi storici:l'hic delle sequenze coincide con stampe di settecenteschi paesaggi sconfinati in cui , mediante impercettibili dissolvenze, si palesano ridenti sentieri e carrozze semoventi e si anima nel nunc dell'atmosfera urbana spolverata spesso da neve, palesemente, artificiale.
Traslazione infinita come nelle sculture di Deredia da uno stato all'altro della materia, il moto lento,ma perpetuo, si sospende cristallizzandosi nuovamente in pose che anticipano la fissità dei quadri di Georges Seurat.
La dimensione fiabesca e giocosa di cui si ammanta la pellicola è evidenziata durante la narrazione della trama del futuro libretto “Don Giovanni”,con cui Da Ponte seduce Mozart inducendolo ad accettare l'incarico di comporne la partitura: via via che l'affabulazione trascende in accettazione,proprio come nelle tele del citato pittore postimpressionista, le immagini presentate di fronte ,di spalle o di profilo,sono private del loro volume sembrando figurine ritagliate da un giornalino per l'infanzia. L'effetto è volutamente ironico ,grottesco ,canzonatorio,ma l'aspetto aneddotico è salvo,cioè credibile e dignificato; parimenti la perfezione dell'opera “ Don Giovanni” rigorosa e -senza retorica-geniale.
I personaggi dell'opera sono introdotti dall'ambiguità di cantanti che provano la parte vestendosi dei ruoli loro affidati tra mille intolleranze e ipotesi di oltraggio e dei ricordi-vere e proprie proiezioni- di Da Ponte.Pertanto,ad esempio,Donna Anna ha le fattezze al tempo stesso della virtuosa Cavalieri amante di Salieri e di Annetta ,ragazza dal volto angelicato, amata dal librettista;Donna Elvira deriva dalla folle gelosia del soprano Adriana Ferrarese sempre presente nel talamo di Lorenzo ed infine Don Giovanni coincide con il volto e le segrete aspirazioni di puro godimento della vita professate dal padre letterario .
Il pregio del film consiste dunque nell'”intrattener senza noia “,nell'umiltà della configurazione schermica che, stilisticamente, richiama le teorie di Sua Maestà Ejzenštejn elaborate durante la fase teatrale virante al cinema: nelle scene di prova delle più belle arie de “Il Don Giovanni”(Atto I scena I;”Madamina ,il catalogo è questo”;”Là ci darem la mano”;Atto II,scena XVII) evitando di impiegare la tecnica del teatro filmato con macchina da presa fissa, si è ricorso al procedimento tecnico noto come “close up” volto alla focalizzazione di particolari espressivi ,procedendo a costruire “ritagli” dei gruppi o delle coppie cantanti e recitanti risolvendo la messinscena puramente in “messa in inquadratura” ridefinendo cinematograficamente dettagli e disegni avvicendatisi sulle assi del palcoscenico.
Il film inoltre non pone in polemica le figure del librettista e del compositore,ma ne traccia sommi ritratti celebrando il loro incontestabile professionismo (l'Imperatore si complimenta con entrambi dopo aver assistito all'opera) e addirittura rende omaggio alla figura bistrattata di Salieri che Da Ponte rispetta invitando l'eclettico Mozart ad altrettanta stima.Ennio Fantastichini nei panni del rivale del ribelle di Salisburgo interpreta un ruolo estraneo alla sua filmografia e si pone in equilibrio con l'esigenza di sottomissione al potere adottando una credibile chiave diplomatica,mai ridicola. Il musicista (Lino Guanciale)da cui è preso in giro venendo accusato di equiparare la composizione di un'opera alle operazioni per preparare un buon dolce (Il mal d'amore e le uova!),non accettando il consiglio di “infondere dolcezza nei travagli del pubblico”,appare troppo “italiano” e privo di genio nella sua follia.
Sullo sfondo le vicende legate alla morte del padre Leopold,ai fantasmi interiori e alla commissione della messa da requiem sono visibili alla giusta distanza,ma non rese vibranti per assenza di pathos.
Il Casanova di Tobias Moretti non regge il confronto con l'indimenticabile Donald Sutherland :non affascina ,non ammalia,ma si riduce a suggerire un tema d'opera e variazioni sul numero della conquiste in campo amoroso del seduttore raddoppiandole per tener alta la bandiera della virilità nazionale( da trecentoventi a “In Italia seicento e quaranta”).
Il protagonista interpretato dall'omonimo Balducci,se nelle scene concernenti la genesi dell'opera mantiene necessaria razionalità ,non si fa “uomo” nel privato rimanendo imprigionato nel personaggio: il suo viso perfetto,diafano come levigato da Canova pone una maschera tra sé e gli altri,i suoi occhi pur di ghiaccio non guizzano e il suo corpo inerte sembra dimenticato nell'inquadratura.
Tuttavia nel climax del film in cui il librettista sentenzia sul finale dell'opera “Sono io a riconoscermi in Don Giovanni”decidendo di condannare il suo alter ego alla dannazione eterna, l'attore mostra bene la sua stessa salvezza:Don Giovanni si assume le sue responsabilità per non essere ipocrita e il suo demiurgo letterario ha modo di assolversi cambiando radicalmente vita nella realtà.
Probabilmente per tale motivo le ultime inquadrature del film sono dedicate ad un bacio redentore tra Annetta e Lorenzo e alle didascalie sugli anni di vita di Mozart(35 ) e Da Ponte(89) come a suggerire con comicità un elisir di lunga vita nella moderazione.
Da Ponte si psicanalizza attraverso Don Giovanni e giunge all'autosalvazione:fa della poesia una cura spirituale e dei sensi :osserva le sue debolezze,si immerge nella sua interiorità,benché viva nel secolo dei Lumi e affronta le sue paure con il mondo e le donne, giungendo ad operare scelte corrette senza rimandare o delegare. Vince la sfida della vita attraverso la forza della sua arte.
Infine essendo stato nuovamente il fenomeno del “dongiovannismo”esplorato da un diverso punto di vista ça va sans dire si potrebbe ipotizzare una nuova pellicola consacrata unicamente a Donna Elvira (sminuita nel film perchè privata della celebre aria “Ah! chi mi dice mai”)e a tutte le donne del “catalogo” per rovesciare il topos dell'eterno seduttore e far trionfare contro l'antico “burlador de Sevilla” del sano femminismo.Il genere indubbiamente non sarebbe il dramma giocoso,bensì la tragedia .
Ma di questo voglio tacere.
Mariangela Imbrenda

 

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