La Disney torna agli antichi splendori. Finalmente. "Ratatouille" è un film eccezionale, mai banale, ricco di brio e di gioia.
E' la storia di un topino parigino, Remy, dotato di un naso sopraffino e vero appassionato di cucina. Il suo idolo è il defunto chef Gusteau, il cui rinomato ristorante ha perso due stelle dopo la pessima recensione del critico Anton Ego, vero cerbero della forchetta. "Tout le monde peut cuisiner", tutti possono cucinare, recitava un libro di ricette di Gusteau, e Remy non resiste. Spiando spiando, si intrufola nella cucina del ristorante di Gusteau - ora gestito da un nanerottolo senza anima - e tramite il giovane sguattero Linguini realizzerà il suo sogno.
Bello, bellissimo, mai violento, strappa risate e commozione a ogni fotogramma. Grafica e animazione eccellenti (Pixar docet), approssimazione al reale da Oscar: la mimica facciale del sorcio è qualcosa di geniale e di unico. Non mancano riferimenti sociali diretti e precisi, dal maschilismo al razzismo, ma miscelati con sapienza e proposti in chiave delicata. Il mondo dei negletti (qui, i topi) si prende la sua rivincita, il nemico è sconfitto, battuto.
Due ore di tenerezza infinita: da vedere anche se non avete urlanti ed entusiasti pargoli che si agitano sulle poltroncine. E ora si capisce il perchè del boom di richieste di topi da casa in tutta Europa: negozi di animali assaltati, criceti, gerbilli e chi più ne ha più ne metta, basta avere il proprio Remy. Con l'augurio che, passata l'euforia rattesca, i compiacenti genitori non se ne disfino a tempo record tra autostrade e prati. O peggio, risparmino sulle scatolette del micio domestico.