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A Venezia... un dicembre rosso shocking Voto del Redattore: 4
A Venezia... un dicembre rosso shocking
A VENEZIA… UN DICEMBRE ROSSO SHOCKING
Opera certamente imperfetta, ma satura di perturbanti emozioni, A Venezia… un dicembre rosso shocking (Don’t look now, N. Roeg, 1973) rientra senz’altro nella trauffautiana categoria dei “grandi film malati”. Pur presentando vistose smagliature narrative e un cast probabilmente inadeguato (i corpi di John e Laura, interpretati da Donald Sutherland e Julie Christie, stentano, in particolar modo nelle scene di nudo, ad integrarsi a dovere), la pellicola di Nicolas Roeg dapprima narcotizza lo spettatore con micidiali dosi di tensione, poi lo scuote dal sopore con immagini di raggelante terrore.                                                                                                                                                                              Un’agiata coppia di inglesi, dopo aver perduto la loro bambina, annegata in un laghetto a pochi passi da casa, si trasferisce per un periodo a Venezia. John, un restauratore convocato dal vescovo della città per rivitalizzare gli affreschi della chiesa di San Niccolò, sembra aver dimenticato il tragico accaduto, mentre sua moglie Laura soffre di  veementi turbe psichiche. In un ristorante, la donna ha modo di conoscere due ambigue sorelle, una delle quali, cieca ma sensitiva, afferma di sentire la presenza della loro bambina. John, vedendo Laura sovraeccitata, teme che quell’incontro abbia peggiorato il suo stato mentale. L’azione principale, intanto, è contrappuntata da una serie di efferati delitti, tutti imputati a un oscuro maniaco a cui la polizia sta dando la caccia. I coniugi ricevono una chiamata dall’Inghilterra: la scuola avverte che loro figlio, ormai l’unico, ha avuto un lieve incidente. Laura risolve di andare immediatamente a fargli visita. John, rimasto solo, incomincia ad astrarsi gradatamente dalla realtà. Una sinistra visione gli solca la mente: Laura, velata di nero, che viene scortata su un battello dalle anziane sorelle. L’uomo si dirige al commissariato per denunciare il rapimento di sua moglie. Ma, condotte in questura, le sorelle, sinceramente stupite, affermano di non aver più visto la donna dopo la sua partenza. Preda di strani presentimenti, John vaga per le tetre calli veneziane. Scorge la sagoma di una bambina vestita di rosso. Convinto che si tratti della reincarnazione di sua figlia, inizia a pedinarla. La segue fin sopra la soffitta di una villa abbandonata. Essa, dopo aver rivelato la sua reale natura, quella di una ripugnante nana, lo colpisce più volte con un lungo coltello. L’immagine finale mostra Laura accompagnata dalle due sorelle: la visione avuta da John in precedenza non era altro che una tremenda premonizione...                                                                                                                                                                              Il film, all’apparenza un mero thriller dell’occulto, si configura maggiormente come un allucinato resoconto di un disfacimento familiare: per tale motivo drammatico, nonché per i lampi di terrore che lo fendono, esso può essere accostato a Shining (id., S. Kubrick, 1980). L’atroce senso di colpa, generato in John dalla morte della figlia, ne rosicchia inesorabilmente la coscienza fino ad indurlo a inseguire la Morte. La Venezia che incornicia la vicenda irretisce lo spettatore con la sua sinistra malia: dense, impenetrabili brume la avviluppano costantemente; l’inestricabile rete delle calli, ideata dalla mente contorta di un Dio irrazionale, è un ricettacolo di inesplicabili minacce; la vizza iconografia religiosa vigila ovunque con il suo sguardo grave ed opprimente. La pellicola, inoltre, esibisce un cromatismo orgiastico – dominano la scena carnali rossi alla Rubens e preziosi ori di Bisanzio -, un sapiente utilizzo di montaggio alternato e striscianti movimenti di macchina al fine di creare suspence, una sfarzosa scenografia e una raffinata composizione delle inquadrature. Memorabile la sequenza in cui alla cieca, ferina  fisicità che accompagna un amplesso si alterna la quiete estatica che solitamente ne segue. Alla sua terza prova da regista, Nicolas Roeg si conferma forse incoerente narratore, ma il suo innato talento plastico non manca certo di abbacinare. 

Inserita il 24 - 03 - 11
Cristian Caira
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