Strizzando l’occhio al grande successo del precedente film di Denys Arcand, Le invasioni barbariche (vincitore dell’Oscar come miglior film nel 2003 e campione d’incassi al botteghino) i produttori e distributori italiani richiamano nel titolo l’aggettivo vincente, “barbarico”, bypassando l’ottimo titolo francese L’age des ténèbres, forse più adeguato alla nuova prova del regista canadese, ultimo film di una trilogia iniziata con Il declino dell’impero americano. Feroce come sempre, Arcand racconta la mediocrità della vita quotidiana ed i sogni ad occhi aperti (di rivalsa lavorativa, di sesso e belle donne, di libertà di scelta) di un impiegato della previdenza sociale in Quebec: tra una sigaretta clandestina, le lamentele degli utenti che non può in alcun modo aiutare e l’incomunicabilità completa con la moglie (immobiliare arrivista e frigida, incapace di ascoltarlo) e le due figlie adolescenti (tutte game-boy e televisione), il protagonista Jean-Marc Leblanc, si ritrova spesso e volentieri con la testa fra le nuvole sognando di vincere premi letterari, di esibirsi sul palcoscenico, di dialogare - e non solo - con giornaliste ed attrici bellissime in fila per elemosinare il suo amore e le sue prestazioni. La realtà, ben più triste da accettare, è che Jean-Marc non si ritrova più nella sua pelle, e si scopre a domandarsi come sia possibile per uno come lui (che al college era uno sportivo, donnaiolo, recitava in teatro ed era impegnato politicamente) vivere in una tale situazione di grigiore a tuttotondo, circondato da estranei e senza affetti. Il film si compone di zone serie, amare e financo crudeli (l’agonia della vecchia ed amata madre in ospizio giorno dopo giorno) alternate ad altre comiche ed esilaranti (il duello in costume d’epoca con il cavaliere nero per conquistare il cuore di una collega-pulzella fissata con il Medio Evo). Il dettato sociologico è palese e induce al paradosso: viviamo in un’epoca spaventosa, dentro un mondo spaventoso, con persone disinteressate a noi ed ai nostri problemi, eppure continuiamo a sperare nell’impossibile, nell’autenticità, nell’amore, senza trovare il coraggio di provare a cambiare il corso delle nostre vite. “La sfida per me - afferma Denys Arcand - era quella di immaginare come un individuo ordinario potesse fare qualcosa per cambiare la sua vita, quali soluzioni potevo trovare per lui. Ad esempio, quando il protagonista sogna non ha limiti, se devi avere un’amante immaginaria, tanto vale che sia Diane Kruger, con un bicchiere di champagne e il fuoco sotto la pelle. Ne è venuta fuori una storia con aspetti simbolici - i miei film oscillano sempre tra commedia, tragedia, farsa e melodramma – ed il mio pensiero è che c’incamminiamo verso un nuovo Medio Evo, epoca di crociate e guerre contro l’Islam e gli infedeli, cose che stiamo rivivendo adesso. La mia soluzione è fare cinema, l’Arte è la mia salvezza. Non è necessariamente la soluzione che sceglierà il protagonista del film”. Bravissimo Marc Labrèche, attore comico famoso in Quebec, cui è affidato il difficile ruolo di “uomo qualunque alla riscossa”, irresistibile nella fase di liberazione dalle inibizioni e dalle regole (che fa quasi rinsavire la sua famiglia) che violerà senza più paura camminando in modo dinoccolato e sicuro. Il film è stato accusato di maschilismo ma in realtà, a ben vedere, la critica che rivolge alla società attuale non sembra operare alcuna discriminazione, rivolgendosi indistintamente ad un unico genere, quello umano.
Inserita il 26 - 12 - 07
Fonte: Elisabetta Colla
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