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OFFSIDE Voto del Redattore: 4
OFFSIDE
Con Offside (Orso d’argento al 56° festival di Berlino) torna sugli schermi Jafar Panahi esponente di punta della cinematografia iraniana.
Fare cinema o comunque fare Cultura al di fuori o contro le linee del Potere è difficile ovunque, figuriamoci in Iran dove potere politico e religioso coincidono e dove la democrazia con le caratteristiche elaborate dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese non ha quasi mai trovato il modo di affermarsi e consolidarsi.
Offside infatti - datato 2006 - fu girato in modo avventuroso, anzi clandestinamente depositando una falsa sceneggiatura, con molte riprese fatte di nascosto ed evitando in vari modi di farsi sottrarre dai militari la pellicola impressa.
Panahi è conosciuto soprattutto al di fuori dell’Iran - in patria infatti non solo i suoi film non sono mai stati distribuiti, ma dopo ripetuti arresti alla fine del 2010 è stato condannato a 6 anni di carcere con il divieto per 20 anni di lavorare e rilasciare interviste - avendo partecipato a numerosi Festival internazionali e vinto molti premi tra cui il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2000 con ‘Il Cerchio’ che per il tema trattato (l’attuale condizione della donna in Iran) fu insignito del Premio Fipresci quale ‘film dell’anno’.
Le sue opere - ricche di dettagli di vita quotidiana - trattano i problemi dell’oggi in Iran e per questo è stato definito ‘neorealista’ ricordando la grande stagione del cinema italiano degli anni del dopoguerra.
Regista delicatissimo (dolcissimo il suo film d’esordio ‘Il palloncino bianco’ con cui nel 1995 vinse la Camera d’Or al Festival di Cannes) non smentisce questo suo pregio in Offside, una storia strettamente connessa all’Iran di oggi, ma che contiene valenze universali e quello che all’inizio sembra un argomento banale finisce per esprimere e rappresentare problematiche valide ovunque riguardando i ‘grandi Valori’.
Il film racconta di una ragazza (anzi di un gruppo di giovani donne) che per vedere un’importante partita di calcio si reca allo stadio in abiti maschili: le donne infatti in Iran (applicando una legge non scritta) non sono ammesse alle partite perché - secondo le autorità autoinvestitesi del potere di giudicare ciò che è bene e ciò che è male per gli altri - l’ambiente delle partite è maschio con tendenza a scaldare gli animi e a far volare reciproci insulti (come minimo) e quindi è disdicevole per le donne assistere a simili exploit.
Sembra una storia inventata, una sorta di parabola, invece è realtà nell’Iran di oggi e la stessa figlia del regista è stata protagonista di un episodio simile, riuscendo a entrare di soppiatto nello stadio al cui ingresso era stata respinta benché presentatasi con il padre.
Il film quindi è costruito come un documentario anche se personaggi e storia fanno parte di un copione: Panahi ha reso l’effetto-documentario affidandosi a interpreti non professionisti e a una scansione temporale tale da creare nello spettatore l’idea di assistere in diretta agli eventi.
Offside peraltro non è valido solo per la società iraniana: nei nostri Paesi assume la valenza di un apologo sulla libertà e di un monito a vigilare che le leggi siano valide erga omnes e non abbiano interpretazioni incerte o di comodo, che i divieti siano motivati da ragioni reali e non come quello che origina il film o che colpiscono la Cultura se scomoda e diversa dalla linea ‘ufficiale’ (in Iran, come in altre dittature del secolo scorso nel nostro continente, ad esempio, certi tipi di musica o di pittura sono banditi).
Panahi anche in questo film tratta la condizione della donna e dei giovani parlandoci di situazioni che ci fanno assumere un atteggiamento di sorridente superiorità: ma siamo sicuri che quando si parla nel nostro Paese di riservare ‘quote rosa’ non si abbia nell’inconscio un atteggiamento non molto dissimile nella concezione della donna e del suo ruolo nella società?

Inserita il 03 - 04 - 11
Salvatore Longo
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