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Recensioni sul Cinema d'Autore
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Senza un attimo di tregua Voto del Redattore: 4
Senza un attimo di tregua
SENZA UN ATTIMO DI TREGUA (POINT BLANK, John Boorman, 1967)
Con il suo impervio tracciato, disseminato di lancinanti dissonanze, repentini silenzi e fulminee accelerazioni, Senza un attimo di tregua (Point Blank, John Boorman, 1967) si propone come equivalente filmico di un’umorale e trascinante sessione di free - jazz. Filtrata dalla mente martoriata del  suo protagonista, una consueta storia di vendetta assume i toni di una vana e disperata ricerca d’identità.                                        Walker (impetuosa la performance di Lee Marvin) viene convinto dall’amico Mal Reese (cinegenico come pochi è lo sguardo di ghiaccio di John Vernon)  a fare un colpo nella prigione di Alcatraz. Al momento di spartire il bottino, però, Reese spara a Walker, lo lascia agonizzante sul suolo e gli porta via sua moglie Lynne. Walker, seppur gravemente ferito, riesce a fuggire da Alcatraz. Su un battello turistico che gira attorno alla prigione incontra un misterioso individuo, Yost, che gli suggerisce dove scovare Reese e riavere così i suoi 93mila dollari. Walker irrompe nell’appartamento, ma vi trova solamente sua moglie. “Reese è andato via, ora lavora per l’Organizzazione”, sostiene la donna. Nella notte Lynne si suicida ingerendo una dose fatale di sonniferi. Al mattino giunge un fattorino che reca una manciata di dollari destinati a Reese. Walker lo atterra e lo costringe a sputare il nome del suo capo. Viene indirizzato da un noleggiatore di automobili. Walker, con le cattive maniere, riesce ad ottenere il nuovo indirizzo di Reese. In casa vi trova Chris (difficile non essere rapiti dalle linee vezzose e dai vulnerabili abitini di Angie Dickinson), sorella di Lynne, che lo accompagna all’hotel che l’Organizzazione ha messo a disposizione di Reese. Mentre la donna sale sull’attico a fargli compagnia, Walker fa in modo che nei dintorni giunga la polizia. Profittando della disattenzione della sorveglianza, sale con l’ascensore all’ultimo piano. Agguanta Reese e gli ingiunge di restituire il denaro. Reese risponde che è nelle mani dell’Organizzazione. Qualche istante dopo vola accidentalmente dal terrazzo. Sulla scena riappaiono Yost e i suoi preziosi suggerimenti: per riavere i soldi, Walker deve affrontare i tre capi dell’Organizzazione, Carter, Brewster e  Fairfax.  Dopo aver eluso una trappola tenutagli in serbo da Carter, Walker raggiunge la residenza estiva di Brewster. Lo costringe a fissare un appuntamento con Fairfax sull’isola di Alcatraz. Mentre Brewster si appresta ad accogliere l’elicottero con i soldi, Walker si nasconde nell’ombra. Brewster  riceve un pacco, ma un attimo dopo viene freddato dalla distanza. Ad averlo ucciso non è stato Walker, bensì Yost, che si rivela non altri che Fairfax. Il pacco resta incustodito: Walker è finalmente libero di prendersi quanto gli spetta oppure è stato solamente sfruttato per mettere ordine nell’Organizzazione?                                                                                                                                                                La banale semplicità della trama, e la sua evidente improbabilità – anche ai non fautori della verosimiglianza tocca storcere la bocca - è riscattata dall’eccentrica scrittura dell’autore: qui lo stile non adorna il contenuto, ma lo crea. Con un ricorso esasperato alle ellissi, alla sovrapposizione di  passato e presente – affilati flashback fendono ripetutamente la narrazione – e a epilettici montaggi alternati, Boorman manipola diabolicamente il tempo, annichilendolo. Gli ambienti rarefatti sono della medesima natura illusoria dei sogni:  Walker, uomo prigioniero della propria mente, rimbalza da un’impersonale Alcatraz - sinistra e silente dependance del subconscio - a un jazz-club, serraglio psichedelico dove luci e musica pulsano come organi sessuali - dall’atona sede dell’Organizzazione – un’imponente Torre di Babele in vetro e acciaio – a un desolato canale di scolo – un’isola di cemento selvaggiamente sferzata dal sole.  L’impianto figurativo è di straniata eleganza. La vividezza del technicolor esalta l’armonioso cromatismo – le tinte degli abiti e del decor sono sovente a tono – e i caravaggeschi chiaroscuri della fotografia, mentre il sapiente utilizzo del panavision magnifica l’algida opulenza degli interni e gli sterminati orizzonti blu. Senza un attimo di tregua è una vertiginosa epopea onirica, una debordante fiumana sensoriale a cui lo spettatore non può far altro che abbandonarsi.   
 

Inserita il 08 - 05 - 11
Cristian Caira
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