Documentario dalle ambizioni pedagogiche nei confronti dei poveri del Congo. Con metodo e linearità presenta verità inquietanti, già note ma forse non al grande pubblico, su come la povertà del cosiddetto Terzo Mondo sia un grosso affare per quanti dovrebbero combatterla: dalle istituzioni internazionali preoccupate in primis della loro “visibilità” politica, alle organizzazioni non governative presenti a scopi umanitari, ma solo dove conviene e ben attente a non farsi portare via il lavoro dalla gente del luogo, ai giornalisti e fotoreporter che sulle tragedie del mondo guadagnano (e molto bene) fino ovviamente ai proprietari di piantagioni e giacimenti minerari.
“Noi siamo come un pozzo, ognuno viene e si porta via l’acqua”. E’ la frase di un supposto capo guerrigliero, la cui figura rimane poco chiara sia nella situazione del paese che ci viene presentata sia nell’economia del film.
Il regista, Renzo Martens, un olandese che gira per il Congo con una installazione luminosa che accende nelle sere tropicali dei villaggi, vuole fare prendere coscienza agli africani che la povertà, una vera fonte di ricchezza per tanti, è loro e che dovrebbero gestirla in proprio, reclamando l’accesso al reddito che produce. Però il cammino dalla consapevolezza alla concretizzazione di un progetto risulta impossibile proprio per la difesa degli interessi internazionali da parte di tutti, comprese autorevoli Ong con tanto di fotografi con diritto d’esclusiva al seguito. Ma neppure Martens sfugge alla logica che condanna, cadendo in un eccessivo protagonismo sulla scena, troppo spesso riempita dalla sua immagine e dai suoi primi piani.
Meritevole la documentazione del cinismo degli “operatori dell’informazione”, che in quanto tali hanno “diritto” a guadagnare molto bene fotografando le disgrazie africane, mentre ai fotografi congolesi, rei di “voler guadagnare”, non viene dato il permesso di lavorare per “difendere la dignità” delle persone che vorrebbero ritrarre (secondo la squallida giustificazione di colui che viene presentato nel documentario come il responsabile di un ospedale di Medici senza Frontiere).
Peccato che la conclusione finale, sia pure comprensibilmente pessimista sulle possibilità di cambiare la situazione, cada in una ambiguità non accettabile: la povertà (ma diciamo pure la miseria nera) è una realtà senza soluzione, quindi volete essere poveri e infelici o poveri e felici?
E con l’esortazione a essere felici nonostante condizioni di vita inaccettabili (!) si chiude un’occasione sprecata di fare un serio lavoro sulle responsabilità internazionali della miseria africana.
Inserita il 26 - 03 - 09
Fonte: Mariella Moresco
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