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Recensioni sul Cinema Italiano
Le Recensioni sui film italiani in programmazione nelle sale

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LA KRIPTONITE NELLA BORSA Voto del Redattore: 4
LA KRIPTONITE NELLA BORSA
La Kriptonite nella borsa fa rivivere uno spaccato di Napoli (ma in certa misura anche di tutta l’Italia) dei primi anni Settanta, di quel decennio ancor oggi genericamente classificato ‘anni di piombo’, ma che osservato attentamente si rivela ricco di fermenti, curiosità, illusioni e speranze, in certa misura matrice nel bene e nel male dell’attuale società.
Il bel film di Ivan Cotroneo (autore anche del romanzo da cui è stato tratto il soggetto) narra le vicende tra comicità e dramma della famiglia Sansone, da tutti definita squinternata, in realtà immagine della società di quegli anni, divisa tra il ‘nuovo’ che irrompeva e il ‘tradizionale’ che comunque era fortemente incardinato in ciascuno.
Il regista - classe 1968 - è riuscito a rendere benissimo l’atmosfera complessa e stimolante di quel periodo dai grandi fermenti (furono gli anni delle grandi battagli civili del divorzio e dell’aborto, gli anni in cui il modo di pensare del Paese cambiò radicalmente e velocemente) sfuggendo alla tentazione di ‘fare un film in costume’ per realizzare un film ‘di costume’ in cui chi era giovane allora si è ritrovato.
Tutti abbiamo avuto amici come Salvatore e Titina che si sentivano ‘moderni’ inseguendo le mode venute dall’estero e le canzoni dei Beatles, dei Rolling Stones e di tanti altri ascoltate e ripetute in inglese spesso senza capire le parole. E il desiderio di essere liberi dalle ‘pastoie’ di una cultura arcaica ancora dominante si traduceva nel mito di Londra, percepita come simbolo di libertà.
Erano gli anni dei collettivi femministi e di quelli alternativi, dei pantaloni a zampa d’elefante e delle minigonne (ogni epoca ha i suoi simboli anche nella moda): per tanti come la Titina del film una patina di atteggiamenti e di slogan sopra una tradizione che finisce per riemergere.
Differenze generazionali non solo tra genitori e figli (troppo distanti le rispettive culture), ma anche tra fratelli, tanto è stato rapido e improvviso il nuovo (il colloquio tra Rosaria e Titina) per cui nel microcosmo della famiglia Sansone si creano una serie di solitudini e di incomprensioni.
Rosaria - il personaggio forse inconsciamente più moderno - è sola nella sua depressione (che supererà soltanto nel rapporto con lo psichiatra) e nessuno si preoccupa realmente di comprenderne le cause: non per cattiveria, ma per i genitori depressione è un concetto al di fuori della propria cultura e il marito (Antonio) preferisce non interrogarsi.
Antonio ama profondamente la moglie, ma fa parte di una cultura familiare antica per cui la ‘sbandata’ sentimentale dell’uomo non incide sui rapporti familiari.
Solo è il cugino Gennaro che non confessa nemmeno a se stesso la propria diversità e si rifugia nel sogno di essere Superman (altro mito con gli altri supereroi degli anni Settanta) non compreso e dileggiato da tutti salvo che dal piccolo Peppino.
Solo è soprattutto Peppino (eccezionale per la semplicità e per la profonda aderenza al personaggio l’interpretazione dell’undicenne Luigi Catani) che si trova a fare la traversata dall’infanzia - con la progressiva caduta dei punti di riferimento (il podio inventato dalla maestra) all’adolescenza senza alcun punto d’appoggio. Tutti gli vogliono un gran bene: la mamma che alle prese con la sua depressione non riesce a seguirlo, il papà il cui ruolo educativo nella cultura del tempo è marginale, e il povero Peppino finisce con l’essere d’impiccio per tutti: per i nonni che cercano a chi rifilarlo, per gli zii che se lo portano dietro nelle loro scorribande nella modernità (e che paradossalmente lo fanno ‘maturare’ più di tutti), per Assunta - amica e collega bruttarella e poverissima della madre - alla spasmodica ricerca di un ‘principe azzurro’ che la porti fuori da casa.
Peppino - unico bambino con gli occhiali e che non ama il pallone per tali diversità dileggiato dai compagni di classe - troverà da solo la ‘sua strada’ grazie agli immaginari colloqui con il cugino-Superman morto sotto un tram.
Il film ha momenti di autentica poesia come quello in cui la madre (molto brava Valeria Golino che fa vivere il suo personaggio più con il volto che con le parole) racconta a Peppino dell’unica volta in cui è andata a ballare in un locale famoso e si chiede se quella fosse stata la felicità come ricorda ora quel momento che allora le sembrò come tanti.
Ivan Cotroneo alla sua prima regia ha fatto centro creando con grande sensibilità un’opera divertente e seria, coadiuvato dall’ottima prova dell’intero cast da Luca Zingaretti (Antonio), Cristiana Capotondi (Titina), Libero De Rienzo (Salvatore) e Fabrizio Gifuni (lo psicologo) a tutti gli altri.
Splendida la colonna sonora - sia per la selezione delle canzoni di quegli anni sia per la bella musica composta ad hoc da Pasquale Catalano - che palesa e sottolinea gli stati d’animo dei personaggi.

Inserita il 04 - 11 - 11
Salvatore Longo
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