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Sanguepazzo Voto del Redattore: 5
Sanguepazzo
Bellissimo e intenso. Con una straordinaria interpretazione di Luca Zingaretti, degnamente accompagnato da Monica Bellucci e dal bravissimo Alessio Boni.La vicenda di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, due attori famosissimi nel periodo tra il 1930 e il 1945, anno della caduta del fascismo che travolse anche le loro vite, ha tutti gli elementi di una tragedia annunciata: ambizione senza scrupoli, cinismo, sregolatezza, droga, passione amorosa e sentimenti turbolenti ed ambigui che, più che unire, imprigionano in una rete di continue ambivalenze la vita dei due e di Golfiero (interpretato con grande sensibilità da Alessio Boni), il giovane aristocratico che ama Luisa di un amore che sembra riuscire a fargli superare la barriera della propria omosessualità.

Scritto, sceneggiato e diretto da Marco Tullio Giordana il film, presentato fuori concorso a Cannes, ha molti punti di forza: l’ambientazione accuratissima, la fotografia raffinata ed una sceneggiatura che accompagna gradualmente i personaggi in un crescendo drammatico che ne svela i risvolti psicologici più intimi, facendo affiorare aspetti insospettati di umana complessità anche nell’istrionico e vizioso Osvaldo, mentre Luisa percorre un doloroso cammino dall’iniziale, spregiudicata determinazione per diventare una celebrità del cinema ad una sempre maggiore depravazione, più subìta per amore che consapevolmente perseguita. Una consapevolezza che non raggiungerà se non, forse, alla fine della sua vicenda, quando dovrà pagare un prezzo troppo alto e verrà giustiziata dai partigiani insieme a Valenti pochi giorni dopo la Liberazione, per crimini mai provati. Vittime della loro celebrità (“che comporta delle responsabilità” dice un ufficiale della X MAS a Osvaldo per indurlo ad arruolarsi fra i combattenti della Repubblica di Salò), travolte da un gioco più grande di loro, capri espiatori politicamente necessari ma non necessariamente peggiori di altri.

La figura di Valenti giganteggia per la splendida interpretazione di Zingarelli, che gli fa assumere i connotati narcisistici dell’uomo di successo, egoista e spregiudicato, istrione, fragile, capace di bassezze ma anche di insospettata lealtà nei confronti di Golfiero, l’eterno rivale nell’amore di Luisa, e di ritrovata dignità quando affronta con intelligente ironia il processo farsa, prima del quale la sua sorte era già stata decisa.

Le scene finali sono tra le più belle ed intense, i momenti in cui ognuno guarda dentro di sé con quel coraggio che non ha saputo mostrare prima. Sono i momenti della confessione liberatoria e tragicamente tardiva dell’amore di Golfiero morente per l’unica donna che ha saputo ispirarglielo; della ritrovata dignità di Valenti, che finalmente smette la maschera dell’eccentrico. Quelli in cui Luisa, dopo avere tanto desiderato un figlio, decide di non volerlo più far nascere in un mondo depravato, senza limiti alla ferocia. Scene di domande angoscianti, che mettono in dubbio la giustezza di un’azione irreparabile quale l’uccisione dei due attori, forse non colpevoli di complicità con il pervertito torturatore di partigiani, al quale Luisa si era rivolta per ottenere la droga in cambio di un imposto rapporto con la giovane amante di lui.

Da segnalare le profonde, anche se brevi, interpretazioni di Maurizio Donadoni, Luigi Lo Cascio e Tresy Taddei. Il primo nel ruolo di Vero, lo spicciativo capo partigiano che ordinerà l’esecuzione, ma nel quale resterà un senso di stanchezza, di amarezza che non gli farà rispondere all’anonimo compagno che dirà “Abbiamo fatto giustizia”, quasi cercando, soprattutto per sé, una risposta assolutoria per quelle morti inutili e crudeli. Lo Cascio è quest’ultimo personaggio, un’apparizione fugace ma di grande spessore interpretativo, assolutamente determinante per il senso della storia. La giovane Tresy Taddei ha dato lo sguardo puro e innocente di Irene, violata e trucidata dai fascisti, uno sguardo attraverso il quale si può assistere ad una delle scene più crude del film, quella della crisi di astinenza di Valenti, senza scadere in una sorta di voyaeurismo.

Il film, giocato su diversi piani cronologici, è riuscito a presentare la storia di Valenti e Ferida rispettandone la complessità, l’ambiguità, il punto di vista di ogni protagonista.
Bellissimi l’inizio e la fine, in una splendida ambientazione in bianco e nero di quella periferia della Milano distrutta dai bombardamenti in cui furono uccisi Valenti e Ferida. Il ritrovamento da parte di due ragazzini della pellicola del film che Valenti avrebbe voluto girare, il suo riscatto artistico ma forse anche morale, dà l’avvio alla storia che si conclude con la caduta dalle mani di Valenti colpito a morte della stessa pizza, poi raccolta come un nuovo gioco dai bambini, che usciranno di scena in bicicletta trascinando la pellicola come la coda di un aquilone caduto nella polvere. Un tocco di pura poesia neorealistica.
Inserita il 22 - 05 - 08
Fonte: Mariella Moresco
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