Una pellicola poco conosciuta, che avrebbe meritato maggiori attenzioni. La ragione non è nella statuetta hollywoodiana o nelle cinque nomination, bensì nella precisa volontà da parte del regista Stephen Daldry di fare un adattamento cinematografico che stimoli lo spettatore a pensare, a interrogarsi e a raggiungere una personale opinione della storia.
Il cinema sin dalle sue origini ha spesso usato il narratore extradiegetico, ossia una voce fuori campo, per raccontare quello che non si poteva mostrare. La trasformazione della carta in pellicola iniziava dunque, dall’incontro tra il punto di vista contenuto nel romanzo e quello del regista, che doveva utilizzare gli strumenti tipici del suo campo e affermare nel contempo la propria lettura dell’opera d’arte. Era, ed è ancora oggi, in questo preciso momento che il film assume uno stile chiaro ed evidente a chiunque.
Un orientamento che in The Reader tuttavia non scorgiamo. In questo film la definizione del senso letterale viene lasciata interamente allo spettatore. Stephen Daldry, che ha diretto in passato Billy Elliot e The Hours, offre attraverso la scelta degli attori, dei colori dei vestiti, del ritmo narrativo, della luce con cui sublima od oscura un volto, del montaggio e della scenografia, gli elementi necessari per ragionare e lascia allo spettatore la fase cruciale della definizione del messaggio. Scelta discutibile o coraggiosa? L’argomento è delicato e una prima analisi potrebbe indurci a considerare tale preferenza come una mezzuccio per evitare polemiche, eppure chi avrà letto anche il romanzo potrà gradire l’intento del regista. Un romanzo filosofico non può essere proposto al pubblico con un punto di vista già definito, non offrirebbe lo spunto del confronto e sarebbe altresì ingiusto non partecipare al conflitto interiore del protagonista. Come non sarebbe possibile assistere la sua stessa vita, da quando a soli quindici anni scopre quanto possa essere forte ed estremo l’amore. Oggetto della sua attrazione una donna, Hanna, trentenne, che appare schiva e al tempo stesso piena di vigore. Il loro destino sarà segnato da questa breve e intensa relazione, che si intreccia con l’episodio più crudele della storia del secolo scorso, l’Olocausto.
Bernhard Schlink narra con estrema eleganza e semplicità un momento doloroso, ponendo l’attenzione sul significato di minorità e di dramma: Hanna è analfabeta, Michael, segnato dalla sua relazione adolescenziale, evita qualsiasi contatto umano e responsabilità e infine i clichés che perseguitano la comunità ebrea. Conoscere. Emozionarsi. Vivere e morire. Sono questi i temi che lo spettatore deve plasmare nella sua mente, in modo solitario, perché il dolore, la pietà, la comprensione e la rassegnazione sono sentimenti intimi e come tali vanno vissuti. Causa ed effetto. Principi cardini della filosofia, di cui Hanna e Michael sono vittime, come tante altre persone. Un romanzo complesso che intorpidisce il corpo e l’anima, un film che come una carezza fa vibrare i cuori di tutti noi.
Notevole l’interpretazione di Kate Winslet che riesce a incarnare una donna elusiva, combattiva ed estremamente sola nel suo dramma. Il personaggio di carta non riesce ad avere la stessa intensità di quella di celluloide, fosse solo perché l’io narrante è Michael che non capisce molti aspetti della donna, lasciando il lettore in balia di questa ristrettezza.
Inserita il 21 - 05 - 09
Fonte: Alessandra Cirillo
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